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10
Gen
2012

Miracolo a Le Havre

Miracolo a Le Havre
Catia Pellegrini

MIRACOLO A LE HAVRE - Finlandia, Francia, Germania 2011
Regia di Aki Kaurismäki

Il grande finlandese ci porta dalla Vie de bohčme (1992, ispirato al romanzo di Henri Murger “Scene dalla vita di bohčme” - il medesimo libro da cui Puccini trasse il suo più toccante melodramma sulla totale indigenza a cui č condannato l’artista inconnu) ad una Vie en rose cantata fra dignitosa povertą e immigrazione clandestina, tracciando una fitta rete di personaggi candidamente surreali.
In una comunitą poco più ricca della corte miseranda dipinta in Miracolo a Milano da Vittorio De Sica nel 1951 (Palma d’Oro al 4° Festival di Cannes), il colto lustrascarpe dal passato letterario Marcel Marx e Idrissa, sveglio ragazzino di colore figlio di un professore senegalese, sfuggito alle autoritą dopo essere giunto in Normandia all’interno di un container, stringono un patto solidale che restituirą la vita ad un quartiere periferico della cittą portuale di Le Havre - a coloro che vi abitano o che solo vi mettono piede. La gara di solidarietą sulla quale si impernia la trama, dove la quieta consapevolezza di uno sciuscią contagia il destino dei diseredati locali - nel tentativo di costruire un futuro per il piccolo africano in cerca della propria madre -, porterą ognuno di loro a condividere i meritati frutti della buona sorte. Ingiustamente, Miracolo a le Havre non ha potuto cogliere il frutto che più di ogni altro avrebbe meritato, quello della Palma di Cannes: davvero un’occasione mancata per il Cinema europeo.
Dalla Bohčme al Neorealismo (rivisitato attraverso il popular), sino alla Nouvelle Vague, il filo rosso di Kaurismäki tratteggia i contorni di una societą senza tempo, dove anche i nomi dei protagonisti ricordano crepuscolari aure di fiabeschi cinematografici: Arletty, moglie di  Marcel, novella Garance che ritorna fra le braccia del suo amato anziché scomparire in una fragorosa sfilata carnevalesca (Les Enfants du paradis, M. Carnč, 1945) e l’attore-feticcio di Truffaut, Jean-Pierre Léaud – quasi irriconoscibile nei panni del vicino spione – fanno rivivere anacronistici istanti di viva speranza per il presente. Quella di Le Havre non č una favola, e neppure un miracolo in sé: solo una dolce, possibile realtą.



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