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28
Gen
2012

Shame

Shame
Catia Pellegrini

SHAME
Gran Bretagna, 2011, Regia di Steve McQueen

…if I can make it there, I’d make it anywhere… Le parole di una delle più famose canzoni americane del secolo scorso, garantiscono persino all’ultimo dei diseredati che in una New York splendida e salvifica si può trovare il modo di fare tutto e di avere tutto. Anche se vieni da un brutto posto. Anche se a cantare New York, New York non è la folgorante voce di Liza Minnelli, ma quella accorata e sensuale di una fragile ragazza del New Jersey; anche se ti ricorda la disperazione di quel passato che ti ha lasciato in eredità la più dolorosa delle solitudini.
L’affascinante Brandon (Michael Fassbender, Coppa Volpi 2011 per la miglior interpretazione maschile) vive e lavora nella Grande Mela: ha una casa, un lavoro, e molte donne senza nome. Assoluto sex addict, figura dai tratti taglienti, Brandon non sorride mai mentre percorre in solitaria un panorama da noir urbano in lunghi piani sequenza – cifra narrativa del regista – sin quando il ricongiungimento con la sorella minore Sissy (Carey Mulligan) con la quale condivide un’ambigua dimensione affettiva, lo mette a confronto con un inesplicabile gelo dell’anima, che solo il riconoscimento della propria umanità saprà forse sciogliere.
Accompagnato da un’inebriante e intensa colonna sonora, Shame è il raffinatissimo secondo lungometraggio del regista Steve McQueen. Nessuna parentela con l’omonimo maudit hollywoodiano, indimenticato interprete di Papillon: nato come artista e fotografo, vincitore del Turner Prize, il Nostro ha esposto alla Biennale di Arti visive di Venezia ed ha esordito in campo cinematografico con Hunger, pellicola dal soffocante silenzio nel quale è immersa la tragedia di Bobby Sands. Nell’uno e nell’altro, l’interpretazione di Fassbender (attore ormai nel destino di McQueen) è pura meraviglia. La nudità come appeal, pur presente quasi in ogni scena del film, passa decisamente in secondo piano rispetto alla profonda ricerca di introspezione psicologica del personaggio. Shame è la vergogna del sé, non dunque vergogna verso l’altro, ma verso il proprio vuoto interiore; è la mancanza non di risposte, ma di domande.
Il titolo, del resto, ha interessanti precedenti:  dall’omonimo  film muto del 1917, per la regia di John W. Noble, a Skammen (La Vergogna, 1968) di Ingmar Bergman - ruvido studio psicologico delle reazioni umane di fronte a drammatici eventi bellici; sino a Shame del 1988 e a Shame del 2006, dove in entrambi la vergogna è nel pericoloso segreto volutamente non custodito. Il medesimo segreto che però McQueen non ci svela neppure alla fine - se non vogliamo leggerlo nello sguardo disteso di Brandon, nell’ultima scena, silenzioso di fronte alla bellezza.



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